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“Brigata Caterina”, Napoli scommette sulle seconde possibilità dopo il carcere

La cappella di Santa Caterina de’ Celani, nel centro antico di Napoli, diventerà una pizzeria sociale aperta a tutti e a lavorarci saranno detenuti ed ex detenuti che hanno imparato o stanno imparando il mestiere del pizzaiolo. Il progetto si chiama “Brigata Caterina” ed è stato voluto dalla Chiesa di Napoli. Giovedì 29 ottobre alle 9, nella Curia arcivescovile di Largo Donnaregina, l’Arcidiocesi ha firmato il protocollo d’intesa insieme al Comune di Napoli, al Tribunale di Sorveglianza, alla Casa Circondariale “Pasquale Mandato” di Secondigliano e all’UIEPE, l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Campania.

Il progetto non parte da zero perché nel carcere di Poggioreale i corsi per pizzaioli esistono già, insieme a percorsi che accompagnano i detenuti verso un impiego. Il punto debole finora era quello che succede dopo, quando si esce e non si sa dove spendere quello che si è imparato. Con la pizzeria si prova a chiudere il cerchio offrendo un posto reale in cui mettere in pratica il mestiere davanti a clienti veri. Le attività fuori dal carcere saranno sviluppate e gestite dalla cooperativa sociale Consul Service e non è stato fissato un numero di partecipanti, perché l’intenzione è allargare la rete un po’ alla volta e coinvolgere più persone possibile.

Il sindaco Gaetano Manfredi ha insistito proprio su questo punto: “Garantire una continuità tra il dentro il carcere e il fuori è necessario per non perdere le competenze sviluppate e, soprattutto, per promuovere un futuro lavorativo dignitoso. Il recupero di Santa Caterina de’ Celani unisce questa prospettiva alla valorizzazione di un luogo storico della città”.

Per la cappella sarà una seconda vita perché si trova in una zona centrale ma poco conosciuta della città e oggi è poco utilizzata, e nel contempo trasformarla non sarà semplice, perché bisognerà rispettare il valore storico dell’edificio e ottenere tutte le autorizzazioni necessarie per aprire una pizzeria in uno spazio religioso.

L’arcivescovo don Mimmo Battaglia ha spiegato che l’iniziativa nasce da una convinzione precisa. “Ogni persona è infinitamente più grande dei propri errori e nessuna condanna può cancellare la dignità di una vita, né spegnere il diritto alla speranza. Una città è davvero comunità quando non lascia nessuno prigioniero del proprio passato e continua a credere che ogni storia possa avere un nuovo inizio”.

Il protocollo però guarda anche oltre la pizzeria e punta a collegare in modo stabile la formazione, la qualifica professionale e le offerte di lavoro. Si valuterà anche la possibilità di aprire un polo formativo per pizzaioli nel carcere di Secondigliano, un’ipotesi che dipende dalle verifiche e dalle decisioni dell’Amministrazione penitenziaria. Il direttore Gianfranco Marcello è convinto che la strada sia quella giusta: “L’attivazione di percorsi di formazione professionalizzante rappresenta per i detenuti una concreta possibilità di accesso al mondo del lavoro. Restituire dignità attraverso il lavoro significa abbattere le barriere del pregiudizio, ridurre il rischio di recidiva e investire sulla sicurezza e sulla coesione del territorio”, ha sottolineato. Anche la magistratura farà la sua parte, come ha ricordato Patrizia Mirra, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli. “La vocazione di cura della Chiesa e l’attenzione del Comune alle problematiche dell’esecuzione penale danno vita a un’iniziativa volta a risanare le persone, i luoghi e il contesto sociale. La magistratura di sorveglianza offre il suo apporto anche per ridurre la permanenza in carcere dovuta alla mancanza di opportunità sul territorio”. In altre parole chi fuori non ha nulla che lo aspetti rischia di restare in cella più a lungo.

Claudia Nannola, dirigente dell’UIEPE, ha chiamato in causa l’intera comunità. “Se la responsabilità penale è personale, la dimensione delle pene deve necessariamente essere collettiva, perché la funzione della pena è pubblica. Il percorso di responsabilizzazione e reinserimento del condannato richiede consapevolezza e responsabilità della comunità tutta, a partire dalle istituzioni”.

Fin qui le firme e le buone intenzioni, ma la parte più difficile comincia dopo e nessun protocollo può sottoscriverla al posto nostro. Il carcere prima o poi finisce, il pregiudizio molto meno.

Chi esce di prigione si porta dietro un’etichetta che pesa più di qualsiasi curriculum, e a volte basta che un datore di lavoro scopra un precedente perché il colloquio finisca lì. Dopo le aziende ci sono poi le porte di casa, con una famiglia da rimettere insieme, figli cresciuti nel frattempo, amici che hanno smesso di chiamare e il vicino che sulle scale abbassa lo sguardo. La fiducia si perde in un giorno e si recupera in anni, e senza uno stipendio fisso diventa complicato perfino trovare una casa in affitto.

Eppure la Costituzione su questo è chiara. L’articolo 27 stabilisce che le pene “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, il che vuol dire che la pena serve a rimettere in piedi una persona e non a marchiarla a vita. Punire qualcuno per quello che ha fatto è giusto, ma impedirgli di cambiare dopo che ha pagato è un’altra storia ed è così che una condanna di pochi anni rischia di trasformarsi in un ergastolo sociale.

Che il lavoro aiuti lo dicono anche i numeri, che però vanno letti con attenzione. Secondo le stime più citate in Italia più di due ex detenuti su tre tornano a commettere reati una volta fuori, mentre tra chi ha lavorato durante la detenzione la percentuale crolla fino a scendere intorno al 2 per cento. Nei percorsi di formazione e inserimento seguiti dalle cooperative sociali torna a delinquere meno di una persona su dieci. Sono risultati che colpiscono ma restano stime, ed è facile che chi riesce ad ottenere un lavoro in carcere abbia già alle spalle un percorso e una motivazione diversi dagli altri. Il lavoro insomma aiuta molto, ma da solo non basta a cancellare il rischio di ricadere.

C’è poi un altro dato da ricordare, perché oggi in Italia lavora appena un detenuto su tre e la gran parte lo fa alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni che fuori servono a poco. Chi lavora per imprese o cooperative esterne resta una piccola minoranza, nonostante la legge preveda già sgravi fiscali per le aziende che assumono detenuti anche per un periodo dopo la scarcerazione. Imparare un mestiere è quindi solo il primo passo e a fare la differenza è quello che viene dopo, cioè un contratto vero, uno stipendio regolare e qualcuno che segua la persona nei mesi in cui, appena uscita, è più facile perdersi.

In questo senso “Brigata Caterina” ha un’intuizione che vale la pena seguire, quella di tenere legati il carcere e il quartiere. E ce n’è un’altra che riguarda la città intera. Napoli ha tanti spazi storici chiusi o dimenticati e tante persone tenute ai margini, due problemi che di solito si raccontano ognuno per conto suo e che qui si prova a mettere insieme riaprendo una cappella e facendoci lavorare chi sta cercando di ricominciare.

Le seconde possibilità allora funzionano? A volte sì, ma solo quando non si fermano al taglio del nastro, quando cioè la formazione porta a un contratto, il contratto dura nel tempo e intorno c’è una comunità disposta a fare spazio. Sarà questo il vero banco di prova del progetto, molto più della firma di giovedì, e per capirlo servirà tempo e servirà contare quante persone tra qualche anno avranno ancora un lavoro senza essere tornate dietro le sbarre.

Quando la pizzeria aprirà toccherà a noi fare la parte che sembra più semplice, entrare e ordinare una margherita sapendo chi l’ha preparata. Siamo davvero pronti a farlo o continueremo a guardare il precedente prima della persona?

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