Dal 12 al 25 novembre a Napoli il patriarcato finisce in una teca. Lo porta in città il MUPA – Museo del Patriarcato, il progetto di ActionAid che dopo Roma e Milano arriva a La Santissima – Community Hub, nell’ex Ospedale militare di Vico Trinità delle Monache 1. La Santissima è anche partner culturale dell’iniziativa e ha costruito il programma insieme ad ActionAid. La terza edizione, che ha il patrocinio del Comune di Napoli ed è legata alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, conta ventisei opere, due delle quali inedite, e una serie di eventi gratuiti.
Il gioco proposto ai visitatori è fare un salto fino al 2146, l’anno in cui secondo il Global Gender Gap Report 2026 si potrebbe arrivare alla parità di genere, e da lì guardare indietro. In quel futuro il patriarcato è stato superato e le nostre abitudini, i nostri comportamenti, le storie che ci raccontiamo ogni giorno sono diventati oggetti da esposizione, tracce di un’epoca lontana. Si cammina tra cimeli, installazioni interattive e testimonianze. Quest’anno il percorso si allarga al mondo digitale con una ricerca sulla diffusione della misoginia sulle piattaforme online, opere dedicate alla manosfera e un lavoro sul consumo consapevole delle notizie.
A volere il museo in città è stata l’assessora allo sport e alle pari opportunità del Comune di Napoli, Emanuela Ferrante: “Ho voluto fortemente l’arrivo del MUPA a Napoli, perché credo che la promozione delle pari opportunità passi anche attraverso la cultura e la costruzione di nuovi immaginari. Solo affrontando le radici culturali delle discriminazioni e della violenza possiamo costruire una società più giusta, libera e rispettosa delle differenze. Il valore di questa iniziativa sta nella sua capacità di coinvolgere cittadine e cittadini in una riflessione collettiva sui modelli culturali che ancora oggi alimentano stereotipi e disuguaglianze. Iniziative come questa dimostrano quanto cultura, diritti e partecipazione possano essere strumenti fondamentali per promuovere un cambiamento reale. Particolarmente significativa è anche la scelta della Santissima quale sede del MUPA: uno spazio restituito alla città e divenuto negli anni un importante presidio culturale e di partecipazione, capace di accogliere e valorizzare percorsi di confronto sui temi più rilevanti del nostro tempo”.
Il museo funziona perché costringe a cambiare punto di vista: visto con gli occhi di qualcuno che vivrà tra più di un secolo, molto di quello che facciamo oggi senza pensarci diventa strano. E il patriarcato, nella vita di tutti i giorni, passa soprattutto da lì, da gesti che nessuno nota più: la madre che sparecchia mentre il resto della famiglia resta seduto a tavola, la figlia a cui si chiede di dare una mano in casa e il fratello che può uscire senza troppe domande, il commento sul vestito troppo corto o sui chili presi dopo una gravidanza. Quasi mai c’è cattiveria dietro, ed è proprio questo a renderli difficili da riconoscere: si imparano da piccoli, a casa, e si ripetono da grandi quasi senza accorgersene. Vale lo stesso per la donna che in certi ambienti di lavoro deve dimostrare il doppio per farsi ascoltare, o per la gelosia che tra due fidanzati viene ancora scambiata per amore. “Mi controlla perché ci tiene” è una frase che capita ancora di sentire, anche tra i più giovani.
Oggi quel controllo passa anche dallo smartphone, ed è il tema su cui questa edizione insiste di più. “Il MUPA ci invita a immaginare un futuro in cui il patriarcato e la violenza di genere siano solo un ricordo del passato. In questa terza edizione accendiamo i riflettori sulla diffusione dell’odio e ostilità verso le donne negli spazi digitali e sulle sue conseguenze per la libertà e la partecipazione delle donne. Un fenomeno preoccupante che richiede politiche di prevenzione primaria capaci di intervenire sulle radici culturali della violenza”, dichiara Katia Scannavini, co-segretaria generale di ActionAid Italia.
Sui social l’insulto sessista arriva in un attimo, spesso sotto la foto di una donna che ha solo deciso di pubblicarla, e a volte si trasforma in minaccia. C’è chi si ritrova con le proprie immagini intime fatte girare senza aver mai dato il permesso, e c’è chi deve mandare la posizione al partner ogni volta che esce o rispondere subito su WhatsApp per evitare una lite. Alcuni influencer propongono un modello di uomo che deve comandare, e gli algoritmi, che premiano i contenuti capaci di far discutere, finiscono per spingere proprio quei video sugli schermi di ragazzi giovanissimi. Tanto di questo viene liquidato come uno scherzo, una battuta, roba da social. Eppure un commento pesante, ripetuto e condiviso da decine di persone può diventare un modo per spaventare una donna e farla stare zitta, così come il telefono controllato di continuo può diventare un modo per tenerla sotto sorveglianza a ogni ora del giorno.
“Con il MUPA vogliamo valorizzare il legame con Napoli e le realtà del territorio, con cui ActionAid lavora da anni, coinvolgendo la cittadinanza in un percorso di sensibilizzazione e confronto. Attraverso l’arte, la cultura e la partecipazione, vogliamo riflettere su come la violenza di genere si intrecci con le diseguaglianze sociali e con gli ostacoli nell’accesso ai diritti. Vogliamo che il museo sia anche uno spazio di ascolto e confronto con la città”, aggiunge Lorenzo Eusepi, co-segretario generale di ActionAid Italia. Tra le disuguaglianze di cui parla Eusepi ce n’è una che si racconta meno della violenza fisica, eppure conta moltissimo: il lavoro. Stipendi più bassi, contratti precari, la fatica di tenere insieme un impiego e la maternità, le donne che lasciano il posto perché qualcuno deve stare a casa con i figli o con un genitore anziano. Ognuna di queste rinunce pesa, e pesa ancora di più quando una relazione diventa violenta. Senza un reddito proprio andarsene è molto più difficile, perché vuol dire non sapere dove dormire né come mantenere i bambini. Per tante donne avere uno stipendio è la condizione per poter dire basta.
E poi c’è il 26 novembre. Il rischio, ogni anno, è che l’attenzione sulla violenza contro le donne si accenda per una giornata e si spenga il giorno dopo. Il lavoro culturale come quello del MUPA serve a cambiare il modo di pensare, ma ha bisogno di camminare insieme a interventi concreti che durino tutto l’anno. Una donna che decide di denunciare deve poter trovare un centro antiviolenza vicino casa, servizi sul territorio che rispondano davvero, un sostegno psicologico per lei e per i figli, una casa in cui ricominciare e qualcuno che la accompagni passo dopo passo, anche quando la denuncia è già stata fatta. La prevenzione si fa così, nelle scuole e nei quartieri, giorno dopo giorno.
L’ingresso alla mostra e agli eventi è gratuito, ma bisogna registrarsi e inoltre il museo è pensato anche per chi ha disabilità cognitive, motorie, visive e uditive, con percorsi assistiti e materiali in formati accessibili. Si parte giovedì 12 novembre: alle 11 un’anteprima riservata alla stampa, dalle 18:30 l’apertura al pubblico. A fare da madrine di questa terza edizione napoletana ci saranno Aurora Leone, Donatella Messina e Martina Tinnirello del collettivo The Jackal, mentre sul palco salirà Lina Simons, rapper di origini campane che mescola italiano, napoletano e inglese e usa le sue canzoni per parlare di stereotipi e questioni sociali. Programma e prenotazioni sono su www.actionaid.it/mupa.
Per due settimane, insomma, Napoli potrà fare un esercizio insolito: guardare le proprie abitudini come se fossero già un ricordo. La parte più difficile comincia all’uscita, quando quelle stesse abitudini le ritroviamo a casa, in ufficio, sul telefono, esattamente dove le avevamo lasciate.
This post was published on Nov 5, 2026 8:45
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