
In Treatment è una serie televisiva italiana prodotta dal 2013 al 2017. La serie, diretta da Saverio Costanzo, è incentrata sullo psicoterapeuta Giovanni Mari, interpretato da Sergio Castellitto, e le sue settimanali sedute con i suoi pazienti. È un remake della serie televisiva statunitense della HBO In Treatment, a sua volta liberamente ispirata al format israeliano BeTipul di Hagai Levi.
I miei pazienti spesso me ne parlano in seduta.
In alcuni dei commenti che ho letto, si criticava il metodo direttivo e interventista del dottor Mari, e la sua incapacità di ‘stare in attesa’ dello spontaneo emergere dell’inconscio del paziente. Tale metodo, quando adottato nella realtà, colluderebbe con l’attesa illusoria di molti pazienti attuali di avere risposte rapide e risolutive al loro malessere, svilendo ulteriormente il lavoro terapeutico a merce di consumo. La fiction avrebbe perciò il demerito di proporre un’idea errata di cosa sia una buona terapia.
Fermo restando che non ho mai capito in quale indirizzo terapeutico sia ‘formato’ il dottor Mari, mi chiedo intanto come sia pensabile sovrapporre un racconto, necessariamente soggetto alle logiche di una serialità televisiva, a un vero processo terapeutico. Ammesso che l’attendere paziente e silenzioso dello psicoanalista possa essere considerato uno strumento elettivo nella metodica clinica, chi avrebbe guardato una serie in cui un paziente snocciola le sue angosce per almeno dieci sedute a un terapeuta che prende appunti e non dice una parola? Solo i parenti stretti di Castellitto, credo. E forse neanche. Nella serie tutto si risolve in cinque sedute a paziente e amen. Neanche Nardone arriva a tanto! Ma questo accade proprio perché di fiction, di finzione, si tratta!
Entrando poi nello specifico del lavoro psicoterapico, sono il primo a ritenere che una buona terapia non possa limitarsi a una manciata di sedute o a un interventismo meccanicista, come spesso i pazienti odierni si prospettano e come alcuni colleghi, orientati a un profitto istantaneo, lasciano a volte credere ai loro malcapitati clienti.
Una psicoterapia, anche quando è breve, necessita di anni, se non vuole limitarsi a un lavoro di superficie, e in questo dovremmo essere onesti con i pazienti, senza spaventarli, ma anche senza alimentare la loro illusione, tenendo conto delle loro risorse e degli obiettivi che si prefiggono di raggiungere.
Soprattutto noi terapeuti dovremmo lavorare molto a lungo su noi stessi per provare a non fare pasticci con chi ci chiede aiuto e questo purtroppo non sempre accade. Conosco colleghi che sono stati un anno in terapia e dicono di aver lavorato su se stessi. Altri non si sono mai sottoposti a una sola seduta di terapia. Anche su questo dovremmo invece essere onesti con i nostri pazienti, dichiarando se abbiamo lavorato o meno su noi stessi!
È assolutamente vero che molti pazienti oggi si avvicinano al lavoro di terapia con un atteggiamento consumistico e irrealistico. Rispetto a quando ho iniziato a lavorare, più di trent’anni fa, ma anche rispetto a dieci anni fa, arrivano persone molto più fragili e disturbate, soprattutto perché inconsapevoli di quanto effettivamente lo siano, e con aspettative paradossali di risoluzione rapida di una sintomatologia, che è solo l’aspetto più superficiale, e addirittura provvidenziale, della loro sofferenza. Non bisogna colludere con questa aspettativa e impegnarsi a fare un lento e paziente lavoro sulla consapevolezza all’interno della relazione terapeutica per aiutarli ad accettare i tempi fisiologici del cambiamento psicologico.
Ma è possibile fare questo rimanendo in silenzio e con un minimo di interventi iniziali, senza provare a usare invece, di volta in volta, il linguaggio tipico di quella persona, la sue forme espressive, anche se frammentarie e deliranti, per creare una prima forma di contatto e fornire un contenimento? Magari, come diceva Goodman, i pazienti ‘scelgono’ il terapeuta da cui andare, pur non conoscendo il suo percorso formativo, e dagli psicoanalisti ortodossi andranno forse i clienti che amano i silenzi e le sedute plurisettimanali di associazioni libere in soliloquio. Io so che, se non provassi a essere con la maggior parte dei miei pazienti più recenti, almeno un po’ come il dottor Mari e, soprattutto, se non mi impegnassi a incontrarli nelle loro modalità di contatto e a rispettarle, me ne rimarrebbero davvero pochi. Lo stesso numero degli spettatori di un eventuale Castellitto psicoanalista silenzioso.
di Giuseppe Iaculo
classe 1961 è psicologo psicoterapeuta, didatta, scrittore. Vive a Napoli ed esercita la sua professione anche a Caserta e Roma. Appassionato del suo lavoro, di arte, cinema e teatro.