
La questione dei metalli pesanti (www.roadtvitalia.it)
Il caffè è una delle bevande più amate nel mondo, un rito quotidiano per milioni di persone che lo scelgono per iniziare la giornata.
La presenza di contaminanti nel caffè è un aspetto preoccupante che sta guadagnando attenzione. Recenti indagini hanno rivelato sostanze chimiche tossiche, come il glifosato, in alcuni caffè venduti da grandi catene di supermercati. Questo articolo esamina i risultati di un test condotto in Svizzera su vari caffè, evidenziando quali marchi potrebbero rappresentare un rischio per la salute dei consumatori.
Un’indagine condotta dalla rivista svizzera Saldo ha analizzato dodici diversi tipi di caffè in grani, suddivisi in sei per espresso e sei per caffè crema. L’obiettivo era identificare la presenza di contaminanti, tra cui acrilammide, glifosato, metalli pesanti e altre sostanze potenzialmente dannose. L’acrilammide è una sostanza chimica formata durante il processo di tostatura del caffè ed è considerata potenzialmente cancerogena. Anche il glifosato, un erbicida utilizzato in agricoltura, è stato classificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come “possibilmente cancerogeno”.
I risultati dello studio: glifosato nei prodotti di Lidl e Aldi
I risultati del test hanno rivelato la presenza di glifosato in due specifici caffè: il Barissimo Caffè Crema & Aroma venduto da Aldi e l’Espresso Bellarom extra dark di Lidl. Anche se le concentrazioni di glifosato rilevate rientravano nei limiti legali, la questione rimane controversa. Il dibattito intorno al glifosato è acceso: da un lato ci sono coloro che sottolineano l’assenza di evidenze scientifiche definitive per un divieto totale, dall’altro ci sono esperti che avvertono sui rischi legati alla sua esposizione prolungata.
Oltre al glifosato, l’indagine ha messo in evidenza la presenza di metalli pesanti nei caffè testati. In particolare, il cadmio, un metallo noto per la sua tossicità e la capacità di accumularsi nell’organismo, è stato trovato nei prodotti Bio Caffè di Migros e in alcune referenze di Lidl. Anche se le concentrazioni rilevate erano inferiori ai limiti legali, ciò non riduce i potenziali rischi per la salute nel lungo periodo.

Un altro contaminante di particolare interesse è l’acrilammide. Formata durante il processo di tostatura, questa sostanza è stata oggetto di studi approfonditi per il suo potenziale cancerogeno. In Svizzera, il limite massimo consentito di acrilammide nei chicchi di caffè tostato è fissato a 400 µg/kg. Tra i caffè testati, i valori più elevati di acrilammide sono stati riscontrati nel Caffè Crema di Mövenpick e nel Tradition Crema di Chicco d’Oro, con valori che si avvicinano pericolosamente al limite. In contrasto, il Barista Espresso Dark di Tchibo si è distinto per i suoi livelli bassi di acrilammide, pari a 114 µg/kg, ben al di sotto della soglia di allerta.
La trasparenza sulla provenienza dei chicchi
Un aspetto cruciale emerso dall’indagine è la mancanza di trasparenza riguardo all’origine dei chicchi di caffè utilizzati. Molti marchi, tra cui Aldi, Lidl, Migros, Starbucks e Mövenpick, non forniscono informazioni dettagliate sul paese di provenienza dei loro chicchi. Questo è un elemento fondamentale per i consumatori, in quanto la qualità e la sicurezza del caffè possono variare notevolmente a seconda della regione di coltivazione.
Ad esempio, l’espresso biologico di Aldi utilizza chicchi di Arabica e Robusta provenienti da paesi come India, Tanzania, Honduras e Perù. D’altro canto, i chicchi di caffè Arabica di Lidl provengono da Cina, Brasile e Honduras. Solo in rari casi, come nel caso del prodotto M-Budget, i chicchi provengono da un singolo paese, il Vietnam, dove si utilizzano solo chicchi Robusta.
La crescente consapevolezza riguardo alla salute e alla sicurezza alimentare rende fondamentale che le aziende siano più trasparenti riguardo alla provenienza e alla lavorazione dei loro prodotti.