Martedì 3 novembre, dalle 10 alle 13, dietro il banco di Segmenti in corso Garibaldi a Portici non c’erano i soliti gestori ma i ragazzi dell’Istituto Antoniano, con le pettorine addosso e una frase pronta per chiunque si avvicinasse: “Un caffè con la mano del cuore”. Caffè e cornetto si pagavano un euro, un’offerta simbolica, e quello che è stato raccolto andrà a sostenere “L’Altro Bar”, il laboratorio di caffetteria che la Fondazione porta avanti ogni giorno dentro l’istituto. Segmenti è un pop-up food ricavato da una vecchia edicola e trasformato in uno spazio per la gastronomia, e in pieno centro la curiosità ha fatto il resto: passanti, cittadini e rappresentanti delle istituzioni si sono messi in fila uno dietro l’altro, fino al tutto esaurito.
All’inizio qualche gesto era incerto, ed è normale quando hai davanti gente che non conosci e il caffè deve uscire bene al primo colpo, poi le mani hanno trovato il ritmo che arriva solo con la pratica. All’Antoniano il bancone è una scuola vera, dove si pressa la miscela, si monta il latte e si impara a reggere lo sguardo del cliente senza abbassare gli occhi, recuperando una sicurezza che per tanto tempo è mancata. L’istituto lavora così anche negli altri laboratori, dal legno ai dolci fino al servizio ai tavoli, con persone con disabilità o con storie personali complicate che lì dentro scoprono di saper fare un mestiere e di poter essere una risorsa, invece di un caso da seguire.
“Anche un gesto semplice, come condividere un caffè, può diventare un’importante occasione di inclusione, autonomia e partecipazione” ha spiegato padre Giuseppe De Crescenzo, presidente della Fondazione Istituto Antoniano, “con il progetto ‘L’Altro Bar’ vogliamo valorizzare le capacità, il talento e le potenzialità dei nostri ragazzi, offrendo loro opportunità concrete di crescita e di relazione con la comunità”. Lo spazio l’ha messo a disposizione per un giorno Simone Canzano: “Lieti di ospitare i ragazzi de ‘L’Altro Bar’ e di contribuire a un progetto che mette al centro le persone, le loro capacità e il loro diritto a essere parte attiva della comunità”.
L’iniziativa aveva il patrocinio del Comune e il sindaco Claudio Teodonno ha voluto esserci, più come segno di vicinanza a tutta la rete che come aiuto pratico: “è importante che oltre all’amministrazione ci siano imprenditori sensibili sul territorio impegnati a promuovere l’inclusione”. L’assessora Florinda Verde ha parlato di pari opportunità: “Questa iniziativa porta in piazza la nostra idea di inclusività. Questi giovani stanno mostrando alla cittadinanza quello che fanno presso la Fondazione, cioè imparare una vera autonomia e un mestiere che a tutti gli effetti può garantire loro una condizione di pari opportunità”. Adesso l’idea è dare una struttura al progetto e ripeterlo, in modo da far nascere rapporti che durino nel tempo.
A fine mattinata i ragazzi erano stanchi, con le pettorine ancora addosso e la soddisfazione di chi ha lavorato bene davanti alla propria città, e chi ha coordinato l’evento l’ha detto senza giri di parole: “L’inclusione ha senso solo quando smette di essere una parola astratta ed entra nella vita di tutti i giorni”. Quella frase però vale soprattutto il giorno dopo, quando il banco torna ai suoi gestori e i ragazzi rientrano in istituto, perché tre ore di lavoro in piazza passano in fretta mentre il bisogno di costruirsi un futuro resta lì.
Per tante famiglie il passaggio più delicato arriva quando finisce la scuola. Finché ci sono le lezioni la giornata ha un orario, dei compagni, degli insegnanti che conoscono il ragazzo e le sue abitudini, poi un giorno tutto questo si chiude e mamme e papà si ritrovano a bussare a porte diverse: un corso di formazione che insegni qualcosa di spendibile, un’azienda disposta a tentare un inserimento, un centro diurno dove passare le ore in un ambiente protetto, un progetto di vita indipendente per immaginare una casa e una quotidianità che non dipendano per sempre dai genitori. Sono strade che non portano tutte allo stesso posto, perché un centro diurno accoglie e accompagna, ma un lavoro dà uno stipendio, un motivo per alzarsi la mattina, dei colleghi con cui scambiare due parole e la sensazione di contare qualcosa. Laboratori come quelli dell’Antoniano provano a tenere insieme la cura e il mestiere, ma possono fare poco se fuori dal cancello non c’è nessuno pronto a dare spazio a quello che i ragazzi hanno imparato.
La domanda allora va girata alla città, a Portici come a qualsiasi altro comune: quanti bar, negozi e ristoranti del centro aprirebbero le porte a un tirocinio vero, di mesi e non di ore, con il tempo e la pazienza che servono per insegnare un lavoro a chi ha bisogno di qualche passaggio in più? E fuori dai locali, i marciapiedi, i mezzi pubblici, gli uffici sono pensati per tutti o soltanto per chi cammina veloce e non chiede niente? Canzano ha prestato il suo spazio per un giorno e il sindaco ha chiesto più imprenditori sensibili, e il punto adesso è capire se quell’esempio troverà qualcuno disposto a seguirlo, e se le persone con disabilità verranno considerate protagoniste della vita pubblica, gente che lavora, guadagna e sceglie, e non destinatarie di iniziative organizzate per loro una volta ogni tanto.
Martedì, tra una tazzina e un cornetto, i ragazzi dell’Antoniano hanno fatto vedere che il mestiere ce l’hanno nelle mani e che sanno stare davanti alla gente. Il caffè lo sanno fare, e bene: ma quando le pettorine tornano nell’armadio, chi sarà pronto a dire a uno di loro che domani mattina lo aspetta al lavoro?
This post was published on Nov 7, 2026 9:05
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