A condurre è Peppeniello ’o studente. La linea è aperta e le chiamate arrivano una dietro l’altra: chi manda un saluto, chi vuole sentire una canzone, un altro fa una dedica. Poi c’è chi telefona solo per ricordare: “Ti ricordi di quello che girava per i Quartieri con la ricotta e il panino? E di chi vendeva il polpo sul carrettino?”. Basta un nome perché dall’altra parte del telefono qualcuno ne aggiunga un altro, e in poco tempo la trasmissione si riempie di ambulanti, artigiani, vicine di casa. Quella radio si chiama Radio Scugnizzo Sound ed è il punto di partenza del nuovo libro di Alex Hunter, “Radio Scugnizzo Sound – Il mercante dei ricordi”, uscito per Aurea Nox Casa Editrice nella collana CUORE INDIeGENO, con la prefazione di Michelangelo Iossa.
Hunter è nato proprio nei Quartieri Spagnoli, la zona sorta nel Cinquecento con l’espansione della città voluta dal viceré Pedro de Toledo e chiamata così perché doveva ospitare le truppe spagnole. Strade dritte e regolari, legate a via Toledo, disegnate anche per tenere sotto controllo la città; poi, con gli anni, case sempre più fitte, botteghe e posti d’incontro uno attaccato all’altro. Con questo libro, il suo settimo, ha un obiettivo chiaro. “Il libro in sostanza è pensato per non far perdere la memoria storica, quella popolare, quella storiografica”, spiega raccontando il progetto. La storia è ambientata negli anni delle radio libere e funziona come un vero format radiofonico: Peppeniello apre i microfoni e a chiamare è la gente dei vicoli, persone semplici che ripescano dalla memoria mestieri spariti da tempo. E non sono figure inventate. “Sono personaggi realmente esistiti nei Quartieri Spagnoli”, precisa l’autore. Tra loro anche i venditori ambulanti che arrivavano da fuori per lavorare in quelle strade: nelle pagine si incontra Benito, il lattaio che vendeva il latte della Centrale nelle buste a triangolo; c’è Minetta, l’acquaiola che sta vicino al Circolo Canottieri, con cui Hunter ha parlato e che nel libro viene citata; e c’è Annunziatina, che gli ha raccontato dello zio e della riffa con la federa e il cuscino nei Quartieri. Storie piccole, di gente comune, che messe in fila fanno capire come si viveva da quelle parti: cosa si mangiava, come si lavorava con le mani, a cosa giocavano i bambini, come si andava avanti con le piccole attività sotto casa, quali canzoni si cantavano e come si parlavano i vicini.
Il libro, però, non si ferma ai mestieri. Hunter recupera anche leggende che conoscono in pochi, come quelle legate a Palazzo Berio o a via Taverna Penta, dove oggi c’è il murale di Maradona. Racconta cosa c’era prima di via Toledo, ovvero un fossato. Racconta piazza del Plebiscito ai tempi della fontana del Serino e la fontana del Gigante, che poi fu spostata sul Lungomare. E proprio sul Lungomare torna la memoria dei lidi di una volta, come il Lido Savoia e il Dorado.
Ad un certo punto il racconto lascia lo studio e scende in strada. Insieme a Linù, Peppeniello torna nei vicoli, ritrova facce e posti, si ferma dove c’erano botteghe che oggi non esistono più, ripensa ai giochi e alle abitudini di quando era bambino, ascolta chi ha voglia di parlare. Camminando si domanda cosa rimane di un quartiere quando le strade cambiano e chi le ha vissute non c’è più. E capisce cosa significa fare il “mercante dei ricordi”: prendere le storie degli altri e rimetterle in giro, una per una.
A guidare lo sguardo è la nostalgia, che mette in primo piano la solidarietà tra vicini, l’ingegno e la dignità delle persone ricordate. Le leggende dei vicoli stanno accanto ai ricordi veri e non pretendono di valere allo stesso modo: servono anche a far vedere come una comunità si costruisce il suo immaginario e lo passa a chi viene dopo. Tanto passa anche dalla lingua. Il napoletano, nelle pagine di Hunter, tiene dentro il modo di parlarsi tra vicini, il carattere dei personaggi, la confidenza e l’ironia delle chiacchiere di ogni giorno. È anche per questo che Aurea Nox ha scelto di inserire il volume in una collana attenta alle lingue e alle culture dei territori. Per la casa editrice, pubblicare queste pagine vuol dire dare peso a esperienze che ormai, spesso, restano soltanto nella memoria di chi le ha vissute.
Anche la radio ha il suo perché. In Italia le radio libere si sono moltiplicate a metà degli anni Settanta e la svolta è arrivata con la sentenza della Corte costituzionale del 28 luglio 1976, che ha messo fine al monopolio pubblico, e da quel momento l’etere si è riempito di voci nuove: musica, telefonate, notizie di quartiere, accenti e dialetti che trovavano finalmente spazio. Chi ascoltava poteva chiamare e diventare parte della trasmissione. Quest’anno quella sentenza compie cinquant’anni e il libro riporta in vita proprio quel clima da comunità, con il microfono che diventa un posto dove incontrarsi e riconoscersi. Nella prefazione Michelangelo Iossa, giornalista, scrittore e docente universitario, lega il bisogno di raccontarsi all’esperienza di quelle emittenti.
Oltre a scrivere, Hunter è spiritual coach e per trent’anni si è occupato di assistenza familiare: da quel lavoro è nato il suo impegno nella scrittura sociale, a sostegno del riscatto civile, della salute mentale e della lotta alla violenza di genere. Le sue poesie e le sue riflessioni le porta in incontri e dibattiti.
Quando gli si chiede cosa sia, in fondo, questo libro, Hunter torna alle persone: Benito, Minetta, Annunziatina, gli ambulanti con il carrettino, “tutte queste persone che hanno fatto un po’ la storia tra i vicoli di Napoli”. Molti dei loro mestieri sono spariti da un pezzo. I loro nomi, adesso, sono scritti da qualche parte.











