A Taranto una bambina di nove anni da lunedì non mangia più a mensa con i compagni perché la sua famiglia avrebbe un debito di 12 euro e 80 centesimi risalente al precedente anno scolastico. Il padre, Antonio P., l’ha scoperto quando lo hanno chiamato per andare a prenderla alle 13 invece che alle 16 e 15, dato che all’istituto non era arrivato dal Comune l’elenco con il pass della figlia. Lui sostiene di aver fatto regolarmente l’iscrizione e di conservare la ricevuta, ha scritto con una Pec a Comune e scuola che però si sono rimpallati la responsabilità degli elenchi, e alla fine si è sentito dire che il servizio sarebbe ripartito solo dopo il saldo, dimostrato da uno screenshot “Senza intestazione, senza niente“. Ora c’è di mezzo un legale e una diffida al Comune. L’assessora alla Pubblica Istruzione Maria Lucia Simeone sostiene invece che la famiglia sapesse della morosità dal 15 aprile e che la bambina avrebbe “usufruito del servizio mensa gratuitamente per diversi mesi“.
La piccola non sa nulla di tutto questo. Quando è uscita prima, il padre le ha raccontato una bugia a fin di bene: “Le ho detto che la nonna aveva fatto la pasta al forno e ci teneva che venisse“.
Lasciando alle carte il compito di stabilire chi abbia ragione su date e avvisi, la storia tira fuori una domanda che va oltre Taranto e riguarda tante famiglie, cioè che cos’è davvero la mensa a scuola. Per come è organizzata in Italia è un servizio che i Comuni offrono su richiesta, con tariffe decise da ogni amministrazione e pagate dai genitori, un po’ come succede per il trasporto scolastico, e da questo punto di vista chi non paga può vedersi sospendere il servizio come accadrebbe con una bolletta. Il problema è che un pasto non è una bolletta. Per chi frequenta il tempo pieno il pranzo cade dentro l’orario di scuola, è parte della giornata scolastica, e un bambino che a mezzogiorno non può sedersi a tavola con gli altri si ritrova con una scuola diversa, più corta, fatta a metà. È qui che il confine tra servizio e diritto diventa sottile, ed è per questo che la Cgil di Taranto ha richiamato il diritto allo studio, chiedendo al Comune di rivedere i regolamenti e di aprire un tavolo permanente con scuole e parti sociali, perché “Le difficoltà finanziarie dei genitori non devono mai tradursi in umiliazioni per i più piccoli“.
Poi c’è la questione dei soldi, che non si risolve guardando solo la cifra. Quasi ovunque le tariffe della mensa cambiano in base all’Isee e per le famiglie in difficoltà esistono riduzioni ed esenzioni, spesso passando per i servizi sociali, ma per ottenerle bisogna sapere che ci sono, fare domanda, presentare i documenti nei tempi giusti, e non tutti ci riescono, a volte per vergogna, a volte perché nessuno glielo ha spiegato. Ci sono famiglie per cui anche pochi euro al mese pesano davvero, e altre dove il debito nasce da una scadenza dimenticata o da un avviso mai arrivato. In tutti e due i casi il debito resta degli adulti, e un Comune ha i suoi modi per recuperarlo dalla famiglia, con solleciti e richieste formali, senza che a farne le spese sia chi ha nove anni e non ha mai visto una ricevuta in vita sua.
La parte che si vede meno è quella che passa per la testa di un bambino. La mensa è uno dei momenti in cui la classe sta insieme senza libri e senza voti, si chiacchiera, si ride, si impara a mangiare quello che c’è nel piatto come tutti gli altri, e per qualche bambino è anche il pasto più completo della giornata. Restarne fuori vuol dire sentirsi diversi senza capire perché, e la povertà, quando entra in classe, fa male soprattutto così: con la sensazione di essere quello che manca, quello che va a casa prima, quello di cui gli altri si chiedono che fine abbia fatto. Antonio lo ha capito al volo, ed è per questo che ha inventato la storia della nonna, e quando dice che non vuole nemmeno immaginare la figlia seduta mentre gli altri mangiavano descrive proprio quella paura.
Infine c’è la macchina amministrativa: iscrizioni, elenchi, pass e pagamenti viaggiano tra uffici diversi, Comune da una parte e scuola dall’altra, e quando qualcosa si blocca ognuno indica l’altro, mentre nel frattempo un bambino viene rimandato a casa senza che nessuno abbia avvisato prima la famiglia. Il punto vero è che in questo giro non sembra esserci una persona incaricata di controllare che un minore non resti scoperto: qualcuno che segnali il debito in tempo, che parli con i genitori prima di sospendere il servizio, che verifichi se dietro un mancato pagamento ci sia una difficoltà da aiutare invece che una scadenza da far rispettare. Non servono grandi riforme per questo, basterebbe un passaggio chiaro e una regola scritta che metta il bambino davanti alla pratica.
Antonio intanto aspetta una risposta alla sua diffida, mentre sua figlia continua a credere che quel lunedì la nonna l’aspettasse con la pasta al forno.