Attualità

Voglio normalità, non i vostri applausi

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO:
Avrebbero voluto farne uno spettacolo.
Hanno guardato il mio corpo che cammina a modo suo e al suo interno hanno visto una sceneggiatura perfetta. Hanno pensato: “Ecco la storia giusta. Una disabilità motoria, i libri sui banchi, la laurea, gli ostacoli superati. La sbattiamo su un palco, sotto una bella luce calda e facciamo piangere la platea”.
Avrebbero voluto che diventassi la loro eroina tascabile.
Quella che sale sul palco a ricordare agli altri quanto siano fortunati, quella che fa scattare l’applauso liberatorio, la pacca sulla spalla, il fazzoletto estratto dalla borsa con gli occhi lucidi.
Continuavano a dirmelo: “Sei così forte”.
Ma,è una menzogna colossale.
Io non sono forte.
Non ho mai avuto una forza speciale e non c’è nessun superpotere in me.
Io mi sono semplicemente rassegnata.
Mi sono arresa all’evidenza nuda e cruda che la mia vita è questa, che il mio corpo non sarà mai come quello degli altri e ho imparato a sopportarlo.
Lo faccio con dignità, perché è l’unico modo che conosco per alzarmi la mattina e guardarmi allo specchio, ma la dignità non è forza.
La dignità è il vestito che si indossa quando non si hanno alternative.
E all’inizio ci sono cascata. Mi sono fatta usare.
Ho permesso che la mia carne, le mie fatiche, le mie lacrime nel silenzio della mia stanza diventassero il passatempo emotivo di chi ha bisogno di sentirsi migliore guardando qualcun altro soffrire un po’ di più.
Poi, un giorno, mi sono scocciata.
Basta.
Mi sono resa conto che io non sono una storia. Non sono una favola edificante scritta per strappare applausi a sconosciuti che poi, spenti i riflettori, tornano alla loro normalità mentre io resto prigioniera della mia disabilità e di tutto ciò che di spregevole comporta conviverci.
E soprattutto: non devo dimostrare niente a nessuno.
Non devo giustificare il mio respiro, né il mio valore, né il fatto che esista.
Così ho detto basta.
Ho chiuso la porta in faccia a chi avrebbe voluto spettacolarizzare la mia vita.
E ovviamente, come succede a chi rompe il giocattolo dei buoni sentimenti altrui, sono diventata io la cattiva. Quella fredda, quella sgarbata, quella che non sa apprezzare “l’affetto” degli altri.
Lasciatemi pure fare la cattiva.
Non mi interessa.
Perché io, per me stessa, sogno una cosa radicale, eppure così banale: sogno una vita normale.
Voglio opportunità lavorative vere, voglio l’inserimento nella società per quello che so fare, non per la compassione che so suscitare.
Voglio che la mia professionalità e la mia mente valgano quanto quelle di chiunque altro.
La mia disabilità è solo un contorno.
Un dettaglio scomodo, un incidente di percorso, ma pur sempre un contorno. Non è la mia identità, non è la mia missione artistica e nessuno, dico nessuno, ha il permesso di usarla per sfruttarmi.
Se chi ho di fronte non riesce a vedere la persona che sono, se pretende la maschera della povera disabile sorridente o dell’eroina da palcoscenico,se ne può andare.
La porta è apertissima.
Io non ho bisogno di comparse nella mia vita, ho bisogno di persone vere. Perché,prima di tutti, ho scelto di essere vera con me stessa.
Anna Adamo

This post was published on Nov 1, 2026 16:35

Redazione Desk

Questo articolo è stato scritto dalla redazione di Road Tv Italia. La web tv libera, indipendente, fatta dalla gente e con la gente.

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