Dal primo novembre l’aeroporto di Capodichino è chiuso ai passeggeri per i lavori alla pista e resterà così per tutto il mese, una chiusura che per chi doveva partire ha significato cambiare programmi, ma che per un uomo di circa trent’anni voleva dire perdere l’unico posto in cui, nelle ultime settimane, sapeva di poter stare.
Da oltre un mese trascorreva le sue giornate nello scalo napoletano senza documenti, senza soldi e senza nemmeno una borsa con le sue cose, e a chi gli chiedeva chi fosse rispondeva sempre allo stesso modo: è svedese, ma non ricorda altro, né perché si trovi a Napoli né come ci sia arrivato. Si chiamerebbe Daniel e avrebbe raccontato di essere stato aggredito e derubato a Roma, dettagli che però restano ancora da verificare, così come la sua nazionalità, che per ora è soltanto quello che dice lui.
Il suo mese a Capodichino ha seguito gli orari dell’aeroporto, che apre alle 3.30 e chiude alle 22.30 senza possibilità di passare la notte all’interno: così, dopo la chiusura, si arrangiava nei dintorni, per poi tornare la mattina tra i bar, i negozi e i sedili del terminal. È lì che ha trovato le uniche persone su cui ha potuto contare, perché chi lavora nello scalo, settimana dopo settimana, ha cominciato a riconoscerlo e a dargli una mano, chi offrendogli da mangiare, chi portandogli vestiti puliti, chi i prodotti per lavarsi, senza che nessuno fosse tenuto a farlo.
Sono stati proprio i dipendenti, preoccupati per quello che sarebbe successo con la chiusura, a telefonare il 15 ottobre al consolato svedese di Napoli, dove la chiamata è stata raccolta da Michela Di Vincenzo e poi girata al console onorario Pierluigi Petrone. “Le prime segnalazioni risalgono alla metà di ottobre, quando l’uomo si trovava già a Capodichino da una decina di giorni” ha spiegato il console, che è andato di persona a parlarci: “L’ho incontrato scambiando due parole in inglese. Mi ha detto soltanto di essere svedese e di non ricordare nulla sulla sua identità”. Un ragazzo educato, che non ha mai dato fastidio a nessuno, ma sul quale restano tutti i dubbi: “Come sia arrivato qui e perché continui a restarci non lo sappiamo”.
Ad ascoltarlo, insieme a Petrone, ci sono stati anche due agenti della Polaria, Angelo Marasco e Domenico Basile, mentre la Polizia di frontiera ha scritto di nuovo all’ambasciata svedese a Roma per chiedere istruzioni sul rimpatrio, parlando nel messaggio di un “presunto cittadino svedese” presente nello scalo da più di trenta giorni, in “apparente buona salute”, e allegando una sua foto. Il console ha informato del caso anche l’ambasciatrice Karin Höglund e l’ambasciata sarebbe pronta a organizzare il rientro non appena saranno completate le pratiche; nel frattempo si cerca di ricostruire chi sia davvero e di capire se qualcuno abbia denunciato la sua scomparsa, ed è per questo che Petrone ha lanciato un appello: “Chi lo riconosce dalle immagini ci informi in modo da poterlo aiutare”.
Dietro la curiosità per un uomo che non ricorda come si chiama c’è però una domanda molto più concreta, cioè cosa succede a una persona quando non è in grado di dire chi è. Senza un documento ogni passaggio si complica: non puoi dimostrare la tua identità, nessuno può rintracciare i tuoi familiari e anche l’accesso ai servizi più semplici diventa un problema, persino il rimpatrio, che sulla carta sembra la soluzione più ovvia, ha bisogno di un nome certo per andare avanti, e finché quel nome manca la persona resta sospesa, senza un posto preciso dove stare e senza qualcuno che ne abbia ufficialmente la responsabilità.
Per un mese quel vuoto lo hanno coperto persone comuni, gente che lo vedeva ogni giorno tra un turno e l’altro e ha deciso di non far finta di niente, mentre le istituzioni sono arrivate dopo, e ci sono arrivate proprio perché sono stati quei lavoratori a chiamarle. Il console, la Polaria e l’ambasciata hanno un compito diverso, quello di scoprire chi sia quest’uomo e di riportarlo, se possibile, dalla sua famiglia: i dipendenti dello scalo hanno tamponato l’emergenza di tutti i giorni, un pasto alla volta, ma per uscire davvero da questa situazione servono le verifiche, i documenti e le risposte che devono arrivare dall’ambasciata.
Restava la questione più urgente, quella che la chiusura dell’aeroporto aveva messo sul tavolo da un giorno all’altro, e cioè chi si sarebbe occupato di lui. La risposta è arrivata dal Comune di Napoli: Daniel ha accettato di essere ospitato in una struttura di accoglienza comunale in via Giuseppe de Blasiis, nel centro storico, come ha fatto sapere Chiara Marciani, assessora alle Politiche Giovanili: “Daniel è stato preso in carico da un paio di ore da una nostra struttura di accoglienza che si trova in via Giuseppe de Blasiis, è stato molto collaborativo, ha accettato il trasferimento non appena gli è stato prospettato dagli assistenti sociali” ha dichiarato l’assessora, e non era affatto scontato, perché da quanto si apprende fino a quel momento l’uomo avrebbe rifiutato ogni tipo di aiuto, tenendo per sé soltanto una giacca con il cappuccio che gli aveva portato il console.
Sulle sue condizioni l’unica informazione certa resta quella scritta nel messaggio della Polizia di frontiera e ripetuta dal console, cioè che fisicamente sta bene; tutto il resto dovrà accertarlo chi ha le competenze per farlo.
Per più di un mese Capodichino è stato il suo unico indirizzo, adesso ne ha un altro, almeno per il momento: un letto, un posto dove passare la notte senza doversi arrangiare e qualcuno che lo segue. Chi in queste settimane gli ha offerto un pasto o un vestito pulito ha fatto quello che poteva, e alla fine qualcuno ha raccolto il testimone. Manca ancora la cosa più importante, quella che lui per primo non sa: chi è.














